Coloro che vogliono abbattere le statue di Cristoforo Colombo non sanno che furono preceduti dai razzisti del Ku Klux Klan


IL COLUMBUS DAY VIDE LA LUCE 400 ANNI DOPO PER RISARCIRE GLI ITALIANI DAGLI ECCIDI SUBITI IN USA


da Italia Oggi del 24.06.2020

di Luigi Curini e Andrea Molle


Ma in fondo, Cristoforo Colombo cosa ha sbagliato? Beh, po’ tutto, ammettiamolo, a cominciare dal continente. Cercava le Indie e si è arenato in America. Voleva diventare ricco ed è morto, sconosciuto ai più, in povertà. Agli americani poi, ma anche a tanti italiani, va detto, di lui non è mai realmente importato troppo. Il celebrato (e oggi tanto vituperato) Columbus Day è stato istituito negli Stati Uniti ben 400 anni dopo la sua morte e in un giorno che forse non è nemmeno quello della sua, presunta, scoperta (in Italia lo si è celebrato sul serio solo nel 1992).


E neanche per celebrarlo davvero. La vera ragione fu infatti quella di contribuire a placare gli animi della comunità italo-americana a meno di un anno dall’ignobile linciaggio di 11 italiani avvenuto, per ragioni razziste, a New Orleans. L’ultimo di una lunga serie di soprusi e sopraffazioni per una delle comunità immigrate più di successo della storia americana, ma anche spesso discriminata e stereotipata. Nessuno si ricorda più di Sacco e Vanzetti? Gli italiani non sono mai considerati realmente bianchi, guardati con sospetto perché in stragrande maggioranza cattolici. Nell’immaginario collettivo rimangono mafiosi, nella maggior parte dei film esperti di cucina, vino e vestiario, quando va bene, o baffuti personaggi dai gesti e dall’accento ridicoli, quando va male.


Ma di questo non importa più nulla a nessuno, o quasi, perché nel mondo, letteralmente, in bianco e nero dello scontro tra il movimento Blm e l’America suprematista, tutto ciò che sta in mezzo (colori compresi) non ha alcun diritto di sentirsi offeso, siano essi italiani, ebrei, o immigrati cinesi. E dunque la statua di Colombo va giù, nella polvere o nel mare che, questo va ammesso, sapeva prendere. Naturalmente nessuno nega i torti dell’esploratore genovese (immaginiamo che la Spagna oggi vada verso la rinuncia dei suoi natali, vedendo un po’ come tira il vento) e il suo ruolo nel genocidio dei nativi americani.


Ma mentre Colombo viene accusato di tutti i mali del (nuovo) mondo, almeno dopo il suo arrivo sulle coste del continente, gli storici, quelli veri, descrivono i suoi rapporti con i nativi americani tutto sommato «benigni» e le sue intenzioni come generalmente buone, considerando la cultura dell’epoca. Nella fretta di giudicare e deturpare, però, pochi attivisti ricordano oggi che Colombo fu arrestato e cadde in disgrazia anche per aver punito (arrivando alla pena di morte) coloro che abusavano dei nativi per ragioni non legate agli interessi della Corona di cui era rappresentante. Ma chiedere la conoscenza della storia è forse troppo a chi la storia la vuole (ri)scrivere di suo pugno, piegata alla propria visione manichea del mondo.


A chi la storia la conosce davvero, però, sembra paradossale che i cappucci neri di oggi stiano realizzando il sogno dei cappucci bianchi di un passato remoto che, fin dall’inizio, si sono opposti alle statue e alle celebrazioni a gloria di un esploratore cattolico e italiano, che per di più rappresentava la Spagna. I nostri moderni iconoclasti farebbero dunque bene a pensarci due volte prima di deturpare Colombo e magari rendersi conto che grazie a loro è il KKK che oggi vince, e la storia che perde. E invece la distruzione va avanti, allargandosi a macchia d’olio. Non risparmiando nessuno: da George Washington, lo «schiavista», ad Abraham Lincoln, non puro come lo si vuol far credere, così almeno dicono, a Giulio Cesare (colpa di Asterix?).


Una distruzione della storia di tale portata non la si era vista nemmeno alla fine della seconda guerra mondiale. Basti ricordare l’esempio italiano dove, a fronte di torti diretti, la sacrosanta epurazione dei simboli nazi-fascisti non aveva straripato. Insomma, se, ad esempio, i Savoia contemporanei e futuri furono allontanati, nessuno si sognò di rimuovere i monumenti dei loro antenati che avevano contributo alla nascita del Paese. Epurazione sì, ma cum grano salis.


La domanda è dunque cosa rimarrà dopo tutto questo? Il rischio è che non rimanga davvero più nulla. Perché un conto è rivedere alcuni momenti (discutibili) della storia passata, dall’altro è vedere in azione delle masse inebriate dal potere di una violenza irrazionale. Quello cui oggi assistiamo nelle strade americane (e non solo lì) non è infatti neanche più (solo) un’ondata di distruzione, è anche una marea indomita (e populista, questa sì per davvero) di anti-intellettualismo, di iconoclastia talebana, fine a se stessa nel quale l’appagamento personale dei manifestanti la fa da padrone. Insomma, alla fine della distruzione non si intravvede alcuna fase di ricostruzione, critica o ripensamento, che sia anche vagamente simile ai grandi movimenti intellettuali, magari progressisti e di sinistra, dei secoli passati.


Ed ecco il punto. Cosa ancora serve alla sinistra perché si accorga finalmente di quello che succede, e smetta di lasciarsi tentare dall’opportunità di usare le violenze alla storia in chiave elettorale? Certo la statua di Lenin a Seattle è una delle poche ancora linde e intoccate (il che qualche domanda sull’agenda ideologica dei BLM ce la pone anche). Ma siamo sicuri che la statua di Karl Marx, che nella sua critica alla schiavitù l’aveva comunque definita storicamente una «necessità delle società agricole», sia ancora al sicuro?


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